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Un invito poi un viaggio

UN INVITO POI UN VIAGGIO   PELLEGRINAGGIO

  

 Terra Santa: Israele-Palestina
Evento 3 - 10 Aprile 2014

 

 

Il pellegrinaggio che proponiamo vuole essere un’esperienza forte capace di segnare in maniera indelebile il cuore e la mente dei giovani partecipanti, alla riscoperta piena dell’uomo e di Dio.Attraverso cinque “elementi chiave” offriamo un approccio inedito alla Terra Santa in un viaggio senza precedenti: dentro la Terra e dentro il proprio cuore. 

I LUOGHI: il viaggio si aprirà con il cammino e la sosta nei luoghi della fede, là dove tutto è accaduto, tra la bellezza, lo stupore e il mistero suscitato dall’ascolto delle Sacre Scritture, nel loro prendere vita e visibilità, e dall’atmosfera profonda dei paesaggi, della natura, delle pietre che parlano ancora oggi. 

L’INCONTRO: il viaggio darà l’opportunità di passare dalla visita dei luoghi all’incontro con le persone che abitano questa Terra. Incontro che nella complessa realtà del conflitto, delle culture e delle religioni, genera ancora oggi profonde povertà, ingiustizie, muri... Una particolare attenzione verrà data all’incontro e all’ascolto della comunità cristiana di Terra Santa e al suo contributo alla pace nelle tante iniziative che la contraddistinguono.

 IL “PONTE”: il viaggio diventerà un’occasione per creare unione tra le persone. Unire innanzitutto in un’unica esperienza 350 giovani provenienti da tutta Italia realizzando, nei confronti delle realtà della Terra Santa, ponti di dialogo e di confronto, di scambio e di comunione al fine di garantire una possibile continuità delle relazioni anche a fine pellegrinaggio. Costruiamo “ponti e non muri”, così come disse Giovanni Paolo II.

LA MUSICA: il viaggio si arricchirà della forza e dell’armonia propria della musica, capace di veicolare messaggi importanti e creare comunione. Attraverso la partecipazione straordinaria della rock band italiana dei “The Sun”, i testi delle loro canzoni entreranno nell’animazione delle giornate come parte dei contenuti proposti e troveranno la loro più naturale espressione in un grande concerto al termine del viaggio, per una serata che coinvolgerà e vedrà insieme i giovani pellegrini e quelli di Betlemme. 

SOLIDARIETA’: con questo viaggio vogliamo lasciare infine un segno concreto sostenendo un progetto di solidarietà che si avrà modo di conoscere e visitare durante il pellegrinaggio. Una parte della quota del viaggio sarà destinata appositamente per questo motivo e direttamente consegnata sul luogo.

 
 

 

 

INFORMAZIONI 

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Sito internet          http://www.uninvitopoiunviaggio.it/

 

 

  

Arancia

Siete pronti allora a parlare di arance? Non ci credete? Ma io dico sul serio!

Per prima cosa dimentichiamoci per un attimo di Israeliani e Palestinesi. Quella che voglio raccontarvi è invece la storia di un'arancia. Un'arancia molto particolare.

 

 

Quest'arancia stava sul tavolo di cucina di una casa come tante altre, ed era contesa tra due bambini... ehi, vi ho detto di non pensare a Israeliani e Palestinesi, qui stiamo parlando di bambini veri e di un'arancia vera!

Ebbene, i due bambini volevano tutti e due quest'arancia, e la reclamavano a gran voce, litigando!

“La voglio io!” diceva uno

“No, io, la voglio io!” rispondeva l'altro

Il litigio non accennava a diminuire e così il papà dei due bambini, stanco di vederli litigare, prese l'arancia e presentò loro la soluzione.

“Basta litigare!” disse loro “C'è solo un'arancia, quindi se la volete bisogna fare a metà! Altrimenti non la do a nessuno dei due e rimanete senza.”

I due bambini si calmarono un po' e il papà, preso un coltello, tagliò l'arancia esattamente in due parti precise: impossibile distinguere differenze!

“Ecco, una metà per uno non fa male a nessuno” disse loro porgendo a ciascuno la sua mezza arancia. I due bambini se ne andarono nelle rispettive camerette e il papà, soddisfatto, pensò che era riuscito a insegnare una bella lezione di equità ai bambini e risolvere la disputa in maniera soddisfacente.

Adesso lo chiedo a voi: se vi foste trovati nella stessa situazione (peraltro molto comune quando si hanno due bambini circa della stessa età...) come avreste reagito? Avreste fatto come il papà? La sua soluzione vi pare giusta? Pensateci un attimo.

In effetti non so cosa direste voi, ma sembra proprio la soluzione giusta! Una divisione netta, equa, senza distinzioni. In questo modo i due bambini vedranno che non sono state fatte differenze ed è stato insegnato loro qualcosa sulla condivisione e sull'equa distribuzione delle cose. Così sarà facile evitare anche simili dispute future!

Ora però seguitemi mentre andiamo a vedere che cosa ciascun bambino ha fatto con la propria mezza arancia...

Il primo bambino, una volta nella sua cameretta, ha sbucciato la sua mezza arancia, ha buttato via la buccia e ha mangiato gli spicchi. Aveva fame!

 

 

Però mezza arancia non bastava a saziare la sua fame, avrebbe avuto bisogno dell'arancia intera!

“La prossima volta non lascerò l'altra metà a mio fratello” pensò cupo “la voglio tutta io, ne ho bisogno! La prossima volta non cederò!”

Il secondo bambino è intanto arrivato anch'egli nella propria cameretta, ha sbucciato la sua mezza arancia, ha buttato via gli spicchi e usato la mezza buccia per un gioco... era il pezzo mancante che cercava da giorni!

 

 

Ma solo mezza buccia non gli bastava per completare il gioco, avrebbe avuto bisogno di quella intera!

“La prossima volta non lascerò l'altra metà a mio fratello” pensò cupo “la voglio tutta io, ne ho bisogno! La prossima volta non cederò!”

La storia finisce qui... ma noi, ora che sappiamo cosa ciascun bambino voleva fare con quell'arancia, pensiamo ancora che la divisione in due metà esattamente uguali fosse la soluzione giusta? Ovviamente no. Certo, se avessimo avuto tutte le informazioni, forse avremmo potuto fare una scelta diversa, e migliore. Sicuramente però non ce lo siamo neanche chiesti.

Qual è stato l'errore dei due bambini? Non si sono parlati. O meglio, si sono concentrati sull'arancia senza spiegarsi a vicenda il perché la volevano. Lo stesso errore lo ha commesso il papà, che ha proposto la propria soluzione senza pensare di chiedere maggiori informazioni ai bambini; ha dato per scontato di conoscere già tutto e così facendo ha imposto una soluzione che non solo non ha soddisfatto le esigenze vere dei due bimbi ma, lungi dal calmare le acque, ha invece anche posto le basi di un “risentimento” che potrebbe alimentare i conflitti futuri tra loro.

La soluzione corretta che avrebbe risolto il problema ed evitato scontri futuri (dare a un bambino tutti gli spicchi e all'altro tutta la buccia) non era sicuramente la soluzione più ovvia, né la più facile da capire e richiedeva di non fissarsi sul problema esteriore (l'arancia), ma comprendere prima le ragioni sottostanti: la fame per l'uno, il gioco per l'altro.

Lo stesso problema vale per il conflitto israelo-palestinese (ora sì che potete pensarci di nuovo!). In fondo, se ci pensate, tutti noi siamo sicuri di avere in mano la soluzione, di conoscere esattamente cosa serva per avere, finalmente, la pace.

“Fate questo e si risolve tutto! E' ovvio no??” “E' evidente che sia necessaria questa cosa!”

Se fosse così facile, forse la pace sarebbe stata già fatta. O meglio: magari sono davvero quelle le soluzioni, ma arrivarci, cioè fare sì che nel concreto quelle cose siano possibili, non è così semplice.

Perché? Perché anche noi in effetti ci fermiamo spesso a ricordare tutte quelle cose, più facilmente riconoscibili, che sappiamo essere al centro della discussione:  muro di separazione, colonie israeliane in Cisgiordania, terrorismo, operazioni militari, diritto del ritorno, i checkpoint, Gaza, lo status di Gerusalemme, ecc.ecc...

Eppure, come per l'arancia, se parlassimo solo di quelle una soluzione non la troveremmo mai, perché ciascuna parte è convinta della bontà delle proprie posizioni e della necessità delle proprie richieste esterne, senza badare a confrontarsi sulle reali necessità di ciascuno e senza preoccuparsi troppo delle vere motivazioni dell'altro. Spesso si da per scontato di conoscere la motivazione altrui, quando in genere non è assolutamente così. Ciascuno, insomma, continua a chiedere di avere l'arancia... convinto di sapere tutto sulle motivazioni dell'altro.

Quale potrebbe essere un modo per uscire da questa visione? Così come la voglia di arancia dei bambini nasceva da altre esigenze, tutti questi elementi “visibili” ed “esteriori” del conflitto, pur esistenti e molto importanti, non sono nati dal nulla. Sono il modo nel quale ciascuno (con scelte non sempre felici, certo) ha cercato e sta cercando di risolvere proprie necessità ed esigenze. Sono cioè l'espressione visibile ed esteriore di problemi ben più profondi che stanno alla base del conflitto stesso. Se non affrontiamo questi ultimi, non riusciremo a trovare davvero una soluzione.

E’ insomma venuta l’ora di parlare di principi/interessi e non solo di posizioni.

 

Nota: L'esempio dell'arancia è preso dal libro "L'arte del negoziato" di R.Fisher e W.Ury

 

 

Guardare sotto l'iceberg

Guardare un conflitto è come guardare un iceberg. Ciò che vediamo, per quanto importante, è spesso solo una piccola parte del tutto: la parte principale sta in realtà sott’acqua.

 

 

Nella risoluzione dei conflitti tante volte ci concentriamo su ciò che vediamo esteriormente, sui problemi immediati, ovvero su quelle che vengono chiamate posizioni, senza preoccuparci delle cause profonde che sono alla base del conflitto stesso: le possiamo chiamare principi o interessi.

Principi e interessi sono le cause del conflitto. Le posizioni sono i modi in cui il conflitto si esprime. E spesso le posizioni sono così opposte che se guardo solo quelle, un accordo, e dunque una pace, non sembra possibile…

…a meno che non vada invece ad affrontare i principi e gli interessi che sono dietro. Qui spesso la soluzione si può trovare, a patto di essere disposti a esplorarne anche di non convenzionali, perfino “creative” se necessario. Allora anche le posizioni, che credevamo impossibili, risulteranno più facili da conciliare.

Complicato? Confuso? Facciamo un esempio pratico per chiarire:

Io e mia moglie vogliamo uscire a cena. Io propongo il locale “A”, lei il locale “B”. Siamo fermi nelle nostre scelte e nessuno dei due vuole andare nel locale proposto dall’altro. In questi termini, non c’è soluzione possibile che ci renda felici entrambi. Ci sarà solo una forte discussione: o cedo io (e sarò scontento tutta la sera), o cede lei (e sarà scontenta tutta la sera), oppure rinunciamo a uscire per non litigare troppo (e saremo scontenti entrambi tutta la sera, probabilmente litigando comunque e rischiando di farlo ancora la prossima volta).

Ma se io le dico che voglio andare al locale “A” perché fanno una buona pizza, e lei mi dice che preferisce il locale “B” perché hanno l’aria condizionata, allora tutto si fa più semplice. La soluzione non sarà né “A” né “B”, ma sarà magari il locale “C” dove fanno una buona pizza e c’è l’aria condizionata. Saremo tutti e due soddisfatti e anche se questa non era la nostra prima scelta, alla fine la serata sarà piacevole.

Non dico sia sempre possibile una cosa del genere, ma credo renda un po’ l’idea.

Andiamo un po’ più nel concreto: ad esempio il muro di divisione. Se lo tengo, soddisfo gli israeliani ma non le necessità palestinesi. Se lo tolgo, soddisfo i palestinesi ma non le necessità israeliane. O l’uno o l’altro. Qualunque scelta operi tra queste, qualcuno non si sentirà tutelato, e invece di creare pace otterrò solo risentimento verso l’altro. Se penso alla cosa solo in questi termini, isolando questo problema – questa posizione - dal resto, una soluzione bilanciata ora non esiste.

E’ invece possibile trovarne una che tuteli entrambi? Beh, forse sì, se si cambia prospettiva: vedremo più avanti. Nel frattempo, a questo punto forse vi direte: “Belle parole, però mi pare solo tanta teoria senza utilità pratica!”

Vi faccio allora un esempio dove questo è stato fatto realmente e proprio in Medio Oriente. Proprio in una questione tra Arabi e Israeliani: il Sinai.

 

 

Dopo la conquista della penisola del Sinai da parte di Israele nel 1967, e la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele e Egitto si trovano in situazione di stallo. Nessuno dei due vuole un nuovo conflitto perché entrambi hanno subito molte perdite. Eppure la contesa rimane la stessa: l’Egitto vuole il Sinai indietro, Israele vuole tenerlo. Nessuno è disposto a fare a metà.

Parliamoci chiaro: sotto quest’ottica un accordo non è possibile. O ce l’ha uno, o ce l’ha altro. Le posizioni sono inconciliabili. Il risultato? La prospettiva di altro conflitto.

Le cose sono cambiate quando le due parti, parlandosi, hanno iniziato a esplorare vie alternative, e hanno espresso il perché ciascuno voleva il Sinai. Per l’Egitto riprenderne possesso era una necessità politica interna: il governo di Sadat doveva portare alla propria opinione pubblica una qualche vittoria per mantenere il potere e per calmare i più guerrafondai. Il rischio, senza accordo, era un colpo di stato o sommosse; oppure, per evitarle, soddisfare la rabbia dell’opinione pubblica scatenando un’altra guerra disastrosa.

Per Israele invece il Sinai non era importante in sé. Lo era perché costituiva una barriera, un cuscinetto con l’Egitto: se fosse scoppiata un’altra guerra, l’artiglieria egiziana sarebbe stata troppo lontana per colpire le città israeliane, i carri armati nemici avrebbero dovuto percorrere molta strada prima di invadere il cuore del paese e le forze armate israeliane avrebbero perciò avuto il tempo di reagire. E’ quella che in ambiente militare viene chiamata profondità strategica e aveva mostrato la propria utilità proprio nel 1973. Se il Sinai fosse tornato egiziano, il rischio era che l’esercito arabo potesse tornare a essere una minaccia immediata, ben più pericolosa.

Conoscendo questo è stata possibile una soluzione che garantiva entrambi. Il Sinai tornava all’Egitto, così da soddisfare le sue esigenze. Ma l’Egitto si impegnava a mantenere la regione demilitarizzata, così che le proprie forze armate rimanessero ben lontane da Israele: questo garantiva le esigenze di quest’ultimo. Il risultato furono gli accordi di pace di Camp David del 1982 e una soluzione che, pur tra alti e bassi, dura anche oggi.

Per Israeliani e Palestinesi la questione è ovviamente più complicata, ma tutto parte comunque dal capire gli interessi e i principi di entrambi. Per farlo iniziamo con il renderci conto che un conflitto come quello israelo-palestinese ha bisogno di tre elementi per esistere:

  1. Un motivo: quale è il motivo di base della disputa? Che cosa vogliamo entrambi? Qual è quell'elemento (di qualunque tipo) che ci ha fatto litigare?
  2. Se io e il mio avversario ci stiamo contendendo qualcosa, il ragionamento ci porterà presto a capire che la soluzione migliore è un accordo pacifico: anche se non ideale, gioverà a entrambi evitando molte sofferenze reciproche. Razionalmente tutti se ne rendono conto. Eppure questo non è successo: significa che c'è stato qualcosa, più forte della ragione, che ha allontanato dalla capacità di accettare un accordo. Cosa è più forte della ragione? Ovviamente... i sentimenti. Il secondo elemento dunque è un sentimento, che ha portato entrambi verso la via del conflitto fin dai primi momenti.
  3. Ogni conflitto però, alla lunga, tende naturalmente a esaurirsi perché entrambe le parti, dopo aver combattuto, si rendono conto di come non si possa continuare così e iniziano a percorrere la via dell'accordo. Qui invece il conflitto continua e quella via non viene percorsa. C'è dunque anche un ostacolo, un macigno che, pur dopo tanti anni, continua a bloccare la via della pace.

Un motivo, un sentimento, un ostacolo. Dobbiamo scoprirli tutti e tre per comprendere questo conflitto.

Lo faremo insieme, passo dopo passo. Il primo, del resto, non è complicato.

Il motivo per il quale combattono è la terra.

 

Ultras della verità

E' normale che due popoli al centro di una disfida abbiano opinioni diverse al riguardo, fino anche ad averne su quasi ogni dettaglio: sono coinvolti non solo materialmente, ma anche psicologicamente.

E' qui che potremmo entrare noi, esterni al conflitto. Noi non abitiamo in quelle zone, nella maggior parte dei casi non passiamo più di qualche settimana o qualche mese alla volta in quell'area. Abbiamo il lusso di poter accedere a fonti e studi provenienti da entrambe le parti, e da altri organismi ad esse esterni. Insomma, in teoria avremmo tutte le carte in tavola per guardare ai fatti in questo modo:

 

 

Potremmo cioè affrontare la questione quasi come dei novelli Sherlock Holmes, attenti e analitici osservatori che discutono con calma e pacatezza mentre ragionano su quali siano le cause e quale la soluzione migliore.

Noi però non siamo così.

Almeno nella maggior parte dei casi, non siamo così. Nell'affrontare il conflitto israelo-palestinese anche noi esterni molto spesso siamo questo:

 

 

Noi siamo tifosi, ultras dell'una o dell'altra parte, pronti a difendere a spada tratta l'operato dell'uno o dell'altro, a giustificarne gli errori perché “l'altro ha fatto peggio” e in generale portando a supporto dati e ragionamenti che ci paiono incontrovertibili, ignorando però quelli di segno opposto, che consideriamo inesorabilmente di nullo valore. E tutto questo lo facciamo con forza, esprimendolo con rabbia e magari a voce sempre più alta, increduli che altri non riescano a pensarla come noi.

Provate ad esempio a guardare su un sito di un quotidiano di informazione generale, come quello del Corriere della Sera, o di Repubblica, o della Stampa, o di qualunque altro giornale quando pubblica un articolo sul conflitto israelo-palestinese. In particolare andate a leggere i commenti dei lettori in fondo all'articolo. Troverete parole forti, commenti duri, dichiarazioni secche e spesso piene di rabbia. E' un dialogo tra sordi, dove non si ascolta cosa dice/scrive l'altro ma si insiste, a lungo, sul come le proprie prove siano le uniche corrette e quelle opposte assolutamente inutili. Nessuno ascolta, e poiché le cose non vengono recepite dall'altra “parte” (a questo punto, perché dovrebbero?) il dialogo diventa solo una gara a chi urla di più. E quando si urla, si perde il significato di ciò che diciamo...

Tutti siamo convinti di conoscere la verità. Essa è dalla nostra parte e noi la proclamiamo sicuri di avere la chiave di tutto in mano nostra, di esserne depositari. La verità...

Non ci accorgiamo invece che in Medio Oriente, e ancora di più per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, la verità è una lama a triplo taglio.

Perché a triplo taglio? Di solito si dice “moneta a due facce” o “lama a doppio taglio”... che significa?

Per quanto ho avuto modo di vedere in questi anni, in questo conflitto esistono

la verità israeliana, un taglio che fa male ai Palestinesi

la verità palestinese, un taglio che fa male agli Israeliani

(e noi, quando ci comportiamo da tifosi, spesso tendiamo ad adeguarci a uno di questi tagli)

e poi esiste LA verità, il taglio che fa male a entrambi, perché nella mia esperienza non è mai solo dell'uno o solo dell'altro e racchiude realtà dolorose da accettare per entrambi. Forse a volte è più spostata verso una parte e a volte verso l'altra, ma è bene non illudersi che essa stia solo e unicamente da un lato.

Voglio rassicurarvi subito: non sono certo io ad avere la “vera verità” in tasca! Assolutamente no! Non pretendo di conoscerla e anzi, nonostante affronti questi argomenti quasi ogni giorno e continui a cercare di approfondirli, sento di essere ancora lontano dal coglierla appieno.

Del resto, proprio per questo non ho mai avuto alcuna intenzione di parlarvi di “verità” qui in questo blog e infatti non lo farò. Se vi aspettavate questo, temo rimarrete delusi, perdonatemi.

Ma allora, vi chiederete, di che cosa parliamo??

Beh, che ne dite di parlare di frutta? In particolare... di arance?

Preghiamo per la Pace con un cuore solo

 

Come gruppo “Un ponte per la Terra Santa” ci prendiamo l’impegno personale e comunitario di pregare ogni giorno per la pace in Terra Santa accendendo la lampada per la pace realizzata a Taybeh.

 

A rotazione ciascuno del gruppo riceve la lampada di Taybeh da accendere ogni giorno nel momento della recita della preghiera (preferibilmente alla sera – indicativamente alle 19.30). Tutti ci uniamo nella preghiera, anche se distanti, portandoci con il cuore là dove quella lampada viene accesa. Unendo le nostre voci per la pace in Terra Santa invochiamo allo stesso tempo il dono dello Spirito su chi, in quel momento, sta portando a nome di tutti la lampada ricevuta perché a sua volta possa diventare un vero operatore di pace!

 

Se vuoi anche tu puoi unirti a distanza a questa preghiera "con un cuore solo"!

 

Ecco la preghiera scelta per quest'anno

 

Signore, fa di me
uno strumento della Tua Pace:

Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore,
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,
Dove è errore, ch'io porti la Verità,
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

Maestro, fa che io non cerchi tanto
Ad esser consolato, quanto a consolare;
Ad essere compreso, quanto a comprendere;
Ad essere amato, quanto ad amare.

Poiché, così è:
Dando, che si riceve;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.

 

 

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