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Arrivare in Palestina

Quando si decide di viaggiare verso la Palestina, in aggiunta all’incertezza di come chiamarla (Stato Palestinese, Territori Palestinesi, Territori Occupati, West Bank e Gaza, Terra Santa, Eretz Israel), bisogna tener conto che non esistono vie veloci e dirette per raggiungerla. Una volta arrivata all’aeroporto Ben Gurion di Tel-Aviv è incominciata la mia saga per raggiungere Betlemme che, conseguentemente agli accordi di Oslo, fa oggi parte della striminzita zona A. Questo concetto su una mappa sembra sufficientemente complicato da capire, ma risulta ancora più tortuoso da raggiungere con i mezzi… pubblici. Una volta deciso di ignorare i numerosi avvertimenti di autobus fatti esplodere e presi a sassate, ci si renderà conto che non è possibile raggiungere la Palestina con un solo mezzo. Decido così di prendere uno sherut (taxi condiviso) dall’aeroporto fino a Gerusalemme. Già dover spiegare all’autista Ebreo che si vuole andare alla stazione degli autobus araba per raggiungere Betlemme è alquanto imbarazzante, ma cosa possiamo farci… non è di sicuro una scelta mia che ci siano le stazioni separate.

Scaricata alla stazione degli autobus sbagliata, mi dirigo al buio con la valigia verso la vera stazione degli autobus e rincorro il 24 che, differentemente dal 21, lascia fuori dal checkpoint 300. Ora capiamoci, uno può aver letto tutti i testi accademici sull’utilizzo dei checkpoint, uno può anche esserci passato con un pullman turistico, ma andarci da sola in tarda serata è tutt’altra faccenda. Scendo dall’autobus che non può entrare nei Territori Palestinesi e seguo le persone con cui avevo condiviso il viaggio per tentare di capire come passare attraverso il checkpoint. Fortunatamente non c’era gran movimento a quell’ora e i soldati non sembravano prestarci grande attenzione (in fondo stavamo entrando in Palestina e non in Israele); peccato però che a separare le varie aree del checkpoint ci siano dei simpatici tornelli e con la mia enorme valigia e zaino si presentava un’ottima occasione per incastrarmi. Fortunatamente il popolo palestinese è molto gentile ed ospitale dunque un ragazzo mi ha aiutata a passare, e soprattutto a far passare intera la mia valigia. Il percorso è alquanto stretto e costringe le persone a camminare tra il muro e una cancellata di sbarre. Dopo il tramonto, il lugubre corridoio riflette quella consapevolezza che di giorno in giorno si fa sempre più chiara: sono entrata in una prigione. Uscita dal labirinto mi ritrovo finalmente in Palestina costretta a prendere un altro mezzo per giungere alla mia destinazione. Infatti, i taxi con targa palestinese non possono entrare in Israele, ma rimangono all’uscita del checkpoint pronti per portare a casa coloro che hanno il lusso di poter lavorare a Gerusalemme e che tutti i giorni devono cambiare ameno due mezzi per percorrere 8 kilometri.

Elisa

Elisa - Short Bio

Elisa, PhD Research student presso l'Università di Bologna

Racconti On The Bridge

"On the Bridge", ovvero il blog di alcuni "corrispondenti" speciali del Ponte impegnati in esperienze di studio, ricerca, collaborazione in Terra Santa

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