Nemesi

Voglio che nessuno ci discrimini più. Voglio che la mia gente viva serena. Voglio che la mia gente non venga uccisa. Voglio che la mia gente sia trattata con dignità.

Quale sentimento lega tutto questo e condiziona il conflitto tra Israeliani e Palestinesi?

L’odio? No, per quanto possa esserci, a volte, odio tra le parti, esso è una conseguenza più che un’origine; è l’evoluzione di altri sentimenti più basilari, ad esempio la rabbia.

La rabbia allora? No, nemmeno questa nasce senza qualcosa di altro alla base. Ma cosa allora

La paura.

Il sentimento che lega i quattro indizi e sul quale si basa il conflitto israelo-palestinese è la paura.

Voglio che nessuno ci discrimini più. Voglio che la mia gente viva serena. Voglio che la mia gente non venga uccisa. Voglio che la mia gente sia trattata con dignità.

Se fate caso, il modo più naturale di scrivere questi quattro indizi è proprio questo:

Ho paura che qualcuno voglia discriminarci di nuovo. Ho paura che non potremo più vivere sereni. Ho paura che verremo uccisi. Ho paura che ci umilieranno ancora.

Israeliani e Palestinesi hanno paura, e spesso hanno paura l’uno dell’altro.

“Ma cosa dici??” esclamerà qualcuno. “Israele ha paura?? Ma Israele è armato fino ai denti!!”

E’ vero, ed è anch’esso un segno di paura. Perché se io ho paura che tu possa farmi del male… ti punto contro un’arma. Così non mi fai più paura. E se invece continui a farmela… beh magari allora premo anche il grilletto.

Nessuno stato, nessun popolo si arma se non teme che, non facendolo, possano accadere disastri. Nessuna corsa agli armamenti avviene tra due stati che hanno fiducia l’uno nell’altro, o che si sentono sicuri: al contrario, è la paura che l’altro divenga troppo forte a fare accelerare le spese militari. Pensiamo anche a noi, nel nostro piccolo: una famiglia non metterebbe le inferriate alle finestre se non avesse paura dei ladri; una ragazza non porterebbe lo spray al peperoncino nella borsetta se non avesse paura di un’aggressione, pronta a usarlo prima che l’altro possa fare del male.

Quei quattro indizi rappresentano le principali paure di entrambe le parti – forse ci appaiono strane, ma per loro sono reali e terribili.

Per entrambi i popoli è sempre stata la paura a guidare le azioni, fin da inizio ‘900. E’ stata la paura di non avere mai una terra dove vivere felici (paura peggiorata poi dall’Olocausto) a portare gli Ebrei in Palestina e ancora la paura di non poter costruire la propria casa lì, di essere costretti ad andarsene o non poter accogliere chi lo chiedeva ad accelerare l’immigrazione clandestina. E’ stata la paura di entrambi di non avere abbastanza spazio e abbastanza autorità, o di essere cacciati di nuovo fuori dal paese a portare ebrei e arabi allo scontro che sarebbe culminato, nel 1948, nella creazione dello stato di Israele e nella Nakba. E’ stata la paura di essere distrutti dai vicini arabi ad armare Israele nel dopoguerra. E’ stata la paura di essere ignorati a portare i leader palestinesi a chiedere continui appoggi ai paesi arabi contro Israele. E’ la paura reciproca a condizionare ancora tutto.

Per Israele la paura della sicurezza è diventata quasi un’ossessione. Dall’altra parte, quale paura può provare un miliziano palestinese che prende le armi, magari si unisce a un movimento estremista o addirittura terrorista? La paura che i negoziati, il dialogo non funzionino e facciano solo perdere tempo, che non risolvano nulla, che egli non possa vedere risultati tangibili. Paura del tempo che passa senza risultati, paura di essere ignorati quanto la quiete della diplomazia si sostituisce al rumore degli spari. Paura che più le cose peggiorano e meno sarà possibile risolverle dopo.

Non è solo questo: il problema risiede anche nel fatto che entrambi si sono spesso, a momenti alterni, comportati come folle in preda al panico che, per fuggire, calpestano tutto ciò che capita sotto i piedi. Così entrambi, per placare le proprie paure, hanno fatto scelte che calpestavano le ragioni dell’altro e, così facendo, ne aumentavano a loro volta la paura. Peggiorando di conseguenza la risposta dell’altro.

Per un ebreo osservante c’è la paura di non poter pregare al muro, per un ultraortodosso di non fare ciò che credo Dio voglia da me, per un colono perdere la casa appena costruita, per un Palestinese di non poter avere dove vivere o vedersi togliere la casa, per un genitore, di entrambe le parti, che i figli debbano soffrire o morire.

Qualcuno potrebbe obiettare che sono i leader politici a giocare sulle paure della gente. Non è del tutto sbagliato, ma è vero anche che in fondo anch’essi prendono determinate decisioni basandosi sulle proprie paure. In parte sono come quelle di tutti; in parte invece sono la paura che, non ascoltando la “pancia” (la paura) della gente, perderanno consensi, perderanno potere, perderanno le elezioni, qualcun altro li sostituirà, saranno chiamati traditori.

Ancora oggi, nella paura che le proprie ragioni non siano ascoltate, entrambi quando si parlano calpestano quelle altrui, in un dialogo tra sordi dove nessuno davvero ascolta ma è solo interessato a urlare più forte cosa serva per placare le proprie paure; un dialogo che continuiamo a vedere ogni giorno e che un nostro amico ha magistralmente raccontato qui: http://www.ilcaffegeopolitico.org/19860/israele-e-palestina-al-di-la-del-tifo

E’ un dialogo tra sordi al quale a volte, senza accorgercene, partecipiamo anche noi. Con lo stesso, inutile, effetto. Perché se anche io urlo solo le ragioni di uno, non importa chi, non contribuirò a placare le paure dell’altro. Perché chi non si sente ascoltato ha più paura.

La paura è una pessima consigliera e quando è fuori controllo, come spesso in questi casi, porta sempre a scelte sbagliate nei confronti del dialogo: il muro, i checkpoint, i controlli asfissianti, le leggi restrittive, la lotta armata, il terrorismo, il rifiuto dell’altro, i conflitti sanguinosi. Più le parti hanno paura più si evitano, più si evitano meno si conoscono. Meno si conoscono, più hanno paura l’uno dell’altro. E’ una spirale negativa difficile da rompere.

La paura. Ecco il vero cuore del problema.

Ma quanti anni sono passati con queste paure a dominarli? Non era possibile vincere questa paura? Quale ostacolo continua a fermarli? Perché non si riesce a costruire qualcosa di diverso

Non si riesce, finora, perché in definitiva la vera paura che terrorizza entrambi, l’ostacolo che li blocca e che riassume la loro tragedia comune, è un altro.

Israeliani e Palestinesi hanno paura del futuro.

 

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Il terzo e quarto indizio

Il terzo indizio è rappresentato da questa immagine:

Se per i Palestinesi il desiderio è quello di non avere più soldati israeliani che ne condizionano la vita, o che compiono operazioni militari tra di loro (e contro di loro), così per gli Israeliani il desiderio è quello di non dover più subire attacchi terroristici: niente più ordigni sui bus, niente più razzi da Gaza, niente più bombe nei locali dove i ragazzi escono la sera. Certo, esso non è causato da gran parte dei Palestinesi, e certo ora il livello è notevolmente calato (e ci sono motivi precisi), ma nel periodo 2002-2005 ne sono stati registrati circa 5000, tra riusciti e sventati. Immaginando anche, per assurdo, di ignorarne il novanta per cento (90%!) che hanno causato poche o nessuna vittima, ne rimarrebbero comunque 500 in tre anni ovvero… circa uno ogni due giorni, per tre anni. E il numero reale in realtà è più alto. Durante i giorni peggiori della seconda intifada, l’impressione che tale situazione creò negli israeliani può essere sintetizzata dalla dichiarazione di una madre che spiegava come mandasse i suoi figli a scuola su autobus diversi “perché così almeno uno tornerà a casa”. Non sorprende che il ricordo li impressioni ancora così tanto e che desiderino non doverlo riaffrontare più.

Il quarto indizio invece è rappresentato da questa foto di Gerusalemme.

Il motivo è semplice: Gerusalemme, come altri posti, è il simbolo di un legame civile, sociale, politico e religioso che entrambi hanno con questa terra. Un legame forte, al quale nessuno può rinunciare del tutto. Perché è la terra dove si vive, perché è la Terra Santa dove si prega. Perché tutti vogliono accedere ai propri luoghi sacri che qui, più che altrove, sono accanto a quelli dell’altro. Perché per vivere, qui, servono terra e acqua.

Entrambi hanno bisogno della terra e dell’acqua a sufficienza per vivere, entrambi hanno bisogno di poter raggiungere i propri luoghi sacri, entrambi considerano Gerusalemme la propria “Città Santa”, entrambi la vorrebbero come centro della propria vita, religiosa e anche politica. Entrambi dunque, chiedono che la propria dignità venga rispettata nel vivere – e pregare – in questo luogo. A tempi alterni, per entrambi non è stato o non è possibile.

Ecco i quattro indizi. Forse, a leggerli uno dopo l’altro, qualche perplessità nasce. Eppure sono tutti reali e hanno tutti qualcosa in comune.

Voglio che nessuno ci discrimini più. Voglio che la mia gente viva serena. Voglio che la mia gente non venga uccisa. Voglio che la mia gente sia trattata con dignità.

Quattro concetti, un solo sentimento che li lega. Ma quale è? Stavolta non ve lo diremo subito: pensateci, e provate a immaginare voi stessi la risposta. Se volete, scrivetecelo. Qui sotto, sui social network, via mail…

Quale sentimento lega questi indizi? Può essere la chiave per capire questo conflitto. Dite la vostra, poi lo scopriremo insieme.

 

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In Cisgiordania - il secondo indizio

Il secondo indizio è rappresentato da una foto come questa, con un soldato israeliano di pattuglia accanto a bambini palestinesi.

Il secondo indizio infatti è costituito dal desiderio palestinese di non dover più vivere in aree dove è lo stato israeliano a decidere. A decidere chi possa abitare in quel posto, chi possa scavare un pozzo in quell’altro, chi possa transitare lì o coltivare un campo là.

Quando è uno stato differente a decidere, è inevitabile che le priorità, su questi temi, siano differenti. Per questo è importante avere uno stato governato dalla propria gente. Non è solo la questione delle tre zone nelle quali è divisa la Cisgiordania: aree “A”, dove i Palestinesi hanno sia il controllo amministrativo sia quello della sicurezza ma che sono piccole e isolate tra loro; aree “B” dove i Palestinesi hanno il controllo amministrativo ma gli Israeliani quello della sicurezza; aree “C”, le più vaste, dove tutto il controllo è israeliano e vivono numerosi coloni ebrei. Non è solo il problema dei vari checkpoint che rendono difficile spostarsi tra le aree, spesso isolandole tra loro, e andare al lavoro ogni giorno, o dei permessi difficili da ottenere per fare qualunque cosa, incluso spostarsi all’estero.

E’ invece anche una questione di serenità: la serenità di non avere armi e soldati accanto ai propri bambini; di non vedere quegli stessi soldati armati che irrompono in casa, con urla e le stesse armi spianate, spesso davanti ai più piccoli, terrorizzandone l’infanzia, portando via genitori e parenti (a volte effettivamente militanti e colpevoli, altre solo sospettati di essere terroristi o con la sola colpa di essere parenti innocenti di un colpevole).

 

E’ il desiderio di avere uno stato proprio, con “sovranità di cielo e terra”, una formula che si sente spesso ma della quale forse non sempre cogliamo il profondo significato. Indica semplicemente la voglia di non permettere che un soldato straniero entri, non invitato e senza permesso, nel proprio territorio, nella propria casa, influenzando così fortemente la vita delle persone che lì vivono e prendendo decisioni che rispondono a interessi differenti. Uno stato dove i bambini non temano di vedere la scuola smantellata, la scuola demolita o il campo sequestrato perché così è stato deciso senza appello. Uno stato dove non ci siano più incubi ricorrenti per lo spavento di queste cose.

A noi che non lo viviamo può sembrare strano, assurdo, forse perfino esagerato o impossibile, ma là avviene davvero. E il desiderio palestinese è che ciò finisca.

 

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Il primo indizio

 

Il primo indizio è questo luogo. Lo riconoscete?

Se siete stati a Gerusalemme almeno una volta,  è molto probabile che lo abbiate visitato. E’ una stanza buia, dove la luce di cinque candele viene ripetuta all’infinito da un gioco di specchi su tutte le pareti e una voce registrata legge un lunghissimo elenco di nomi. Vi ricorda qualcosa?

E’ la stanza dei bambini, all’interno del memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem.

Il primo indizio è questo: nella popolazione israeliana, il ricordo della tragedia dell’Olocausto è ancora estremamente vivo e presente e così il timore che esso possa capitare di nuovo.

Proprio così: a noi può sembrare strano, ma molti israeliani guardano il mondo intorno a loro e temono per il futuro e per ciò che potrebbe accadere a loro e alla propria gente. Temono che possa ricapitare qualcosa di simile all’Olocausto.

La nostra reazione di fronte a questo nel migliore dei casi è incredula e rassicurante (“tranquilli, non succederà mai più, nessuno lo permetterà, il mondo è cambiato”), nel peggiore  è estremamente diffidente (“macché, usano questa scusa per giustificare le loro pretese”).

Eppure noi non siamo mai passati attraverso nulla di simili ed è difficile comprendere fino a quanto un’esperienza del genere possa imprimersi e imprimere i propri effetti nella psiche delle persone. E’ come avere un amico con, per esempio, la fobia dei ragni. Appena ne vede uno, non importa quanto piccolino, si blocca e reagisce in maniera estrema “fallo sparire, portalo via, uccidilo!”

A poco servono le nostre rassicurazioni: “ma non fa niente, è piccolissimo, ha più paura lui di te…”

A noi tale reazione può sembrare inconsulta, ma per quella persona la fobia è una reazione naturale e il timore reale. Così è per buona parte della popolazione ebraica in Israele oggi.

Ecco, in realtà in Israele quasi nessuno crede davvero che possa ritornare un Olocausto come quello durante la Seconda Guerra Mondiale, ma esiste un profondo timore circa un odio generalizzato contro gli Ebrei, catalizzato dall’ostilità del mondo arabo. Si teme che, tramite guerra, attacchi terroristici, missili, armi chimiche o nucleari o qualsiasi altra cosa, gli ebrei vengano ancora coinvolti in una lotta per la vita, a livello di popolo. E per quanto le nostre rassicurazioni ci siano, esse non… “rassicurano” per nulla. Perché?

Perché il popole ebraico vede che ancora oggi esistono movimenti e partiti che richiamano direttamente all’antisemitismo; perché esistono esponenti politici di paesi avversari che chiedono la distruzione di Israele e negano l’Olocausto; perché ancora intorno al mondo accadono, per fortuna in numero ridotto, attentati rivolti espressamente contro ebrei. Perché già una volta, quella fatidica, gli Ebrei avevano creduto che i popoli europei non avrebbe girato loro le spalle, e già quella volta poi le cose andarono diversamente. E quando oggi, di fronte alle minacce da loro percepite da parte di Iran o altri avversari l’Europa si tira indietro di fronte alla prospettiva di combattere, ecco che tali timori di “nuovo abbandono” ritornano.

Certo noi sappiamo che il mondo è cambiato, che siamo tutti impegnati nella lotta agli estremismi e alle intolleranze e che la nostra ritrosia a intervenire militarmente in alcune aree dipende da serie valutazioni internazionali sui rischi di guerra e non da altro, ma per loro significa solo “dobbiamo essere capaci di difenderci da soli”.

A noi questo può sembrare strano, impossibile, forse perfino falso, ma per loro è reale.

Questo è il primo indizio. Non siate precipitosi nel trarre conclusioni già ora, sarebbe prematuro e potrebbe essere fuorviante. C’è ancora tanto da scoprire!

Per il prossimo indizio, ci trasferiamo invece in Cisgiordania, nei territori palestinesi. Venite con me?

 

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La Terra

Una vista della Galilea e del Lago di Tiberiade in primavera

 

La terra. Israeliani e Palestinesi lottano per la terra. Lasciamo perdere ogni idea di conflitto religioso tra loro, di scontro inevitabile tra mussulmani, cristiani ed ebrei: la componente religiosa può influenzare alcuni aspetti del conflitto, o fornire alcune sfumature in determinate situazioni, ma fondamentalmente quella israelo-palestinese è una disputa territoriale.

Chi può vivere qui? Chi può costruire la propria casa? Chi coltiva la terra? Chi decide come si organizza la vita delle persone? Chi comanda qui?

Ogni persona vive queste domande adattandole ovviamente alla propria situazione: per un pastore o un agricoltore significa poter avere terra sufficiente per le proprie attività e sostentamento. Per un cittadino significa la possibilità di costruire la casa e avere i servizi (acqua, luce) adeguati. Per un politico significa poter decidere di cosa avviene in quello spazio a favore dei propri elettori.

Ma sarebbe riduttivo vederla solo in questi termini perché uno sguardo alle cartine e ai dati demografici ci dice che negli anni ‘40 e ’50, almeno, spazio per tutti ce ne era. Il problema è che entrambi i popoli hanno sempre (o molto spesso) visto la terra come un bene del quale godere “in esclusiva”, in un “noi vs voi” che ha visto e vede le risorse disponibili come insufficienti per tutti, impossibili da dividere in maniera mutualmente vantaggiosa.

Controllare la terra, decidere di essa, sono concetti che si innestano quindi nel concetto di “patria”, di avere un paese che posso dichiarare mio, dove è la mia gente che decide e che controlla. La mia, non gli altri.

Alla vigilia del conflitto del 1948 (la Guerra d’Indipendenza per Israele, la Nakba per i Palestinesi) il desiderio di avere una terra propria dove è il proprio popolo a comandare è per entrambi un forte imperativo, la realizzazione di un sogno. Per gli ebrei è la speranza dopo l’abisso, la possibilità di avere uno stato dove essere “ebrei tra gli ebrei” (secondo le parole di David Grossman), ovvero non avere più governi e popolazioni non ebree che possano decidere, un giorno, che l’ebreo, minoranza nel paese, è un nemico e va sterminato. In un paese tutto ebraico, tale situazione è impossibile e la terra di Sion è quella ideale perché nessuna altra ha lo stesso significato. Dopo quasi 2000 anni di esilio, significa recuperare la dignità perduta e calpestata dalla diaspora e dalle discriminazioni subite nei secoli; significa avere finalmente una patria dove essere ebreo non è una condanna, ma la normalità.

Dall’altra parte, anche per i Palestinesi nel 1948 avere uno stato proprio diventa un passaggio importantissimo. Anche loro sognano, dopo il Mandato Britannico, di avere finalmente un proprio stato, dove sono i locali a governare e decidere, a organizzarsi autonomamente. E’ anche per loro una “prima volta”, perché uno stato palestinese, ovvero uno stato sovrano e indipendente governato da palestinesi, nella storia non è mai esistito, e l’arrivo massiccio di ebrei dalla fine del XIX secolo ha fatto venire molti dubbi circa il futuro. La regione che nel 1948 prima della guerra si chiama Palestina è sempre stato, nel migliore dei casi, una provincia (spesso con confini differenti) di imperi più grandi, governati da lontano e, quasi sempre, da dinastie non locali. Nel peggiore, è stato un territorio diviso tra città stato e staterelli senza alcun sentimento unitario. Lo stesso sentimento nazionale palestinese evolve solo col tempo, definendosi solo nel XIX e XX secolo: ma esiste e, nel 1948, vuole la sua realizzazione.

La storia ci ha detto poi come è andata ma a più di sessanta anni da quel 1948 la terra rimane l’oggetto del contendere. E ciascuno continua a proporre la propria visione del perché ha più diritti dell’altro a possederla.

Lascerei da parte i riferimenti storici. Lo stato di Israele dei tempi biblici non ha mai occupato tutti i territori che controlla attualmente (alcune parti della costa, ora tra le più popolate in Israele, non furono mai parte dei regni ebraici), né il termine “Palestina” identifica un popolo attualmente esistente. Deriva dal nome dei “Peleset”, uno dei popoli del mare che a scuola impariamo aver invaso un po’ tutta la regione,  distrutto gli Ittiti, stati sconfitti dagli egiziani ed infine stanziatisi in giro per il Mediterraneo (uno dei popoli del mare, gli Sherden, si ritiene si siano poi stanziati in Sardegna). I Peleset in particolare si stanziarono sulla costa oggi israeliana, evolvendo (anche come nome) in quel popolo biblico che conosciamo come “Filistei” e che non esiste più, assorbito e disperso da altri popoli attraverso le vicende della storia. Il nome Palestina del resto fu dato alla zona dai Romani e poi ripreso dai Britannici.

Allo stesso modo entrambi puntano su un diritto basato sulla consuetudine:

“viviamo qui da secoli e ci siamo legati” (Palestinesi) o “abbiamo vissuto qui per secoli e ci siamo legati” (Israeliani)

ma nessuno dei due riconosce la pretesa dell’altro.

Entrambi infatti usano alcune risoluzioni ONU come prova, per dare maggiore peso alla propria pretesa, ma rifiutano quelle che invece dicono il contrario, in un inutile gioco di “quale è più rilevante, quale è arrivata prima”.

Inutile scervellarsi su chi abbia più ragione dell’altro su queste basi: lo facciamo da decenni, ma finché entrambi non sono d’accordo, poco conta l’opinione degli esterni. E poco serve cercare una soluzione “razionale” su come dividere la terra, magari spulciando libri di diritto internazionale, storia e geografia. Più forte della razionalità, che avrebbe permesso di trovare una soluzione già da tempo, è un sentimento che pervade tutti i contendenti su questa terra martoriata, e che ha ragione, per ora, di ogni sforzo.

Qual è questo sentimento? Non aspettatevi che ve lo dica subito, sarebbe troppo facile. Io fornirò quattro indizi... assieme cercheremo di capire quale sentimento li lega.

Il primo indizio andiamo a cercarlo a Gerusalemme, in un posto buio dove scintillano migliaia di piccole luci.

 

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Lorenzo - Short Bio

Lorenzo, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. Sognando (per scherzo... ma non troppo...) di diventare un giorno Alto Commissario per gli Affari Esteri dell'UE, collaboro con e sono membro di Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo.

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