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Guardare sotto l'iceberg

Guardare un conflitto è come guardare un iceberg. Ciò che vediamo, per quanto importante, è spesso solo una piccola parte del tutto: la parte principale sta in realtà sott’acqua.

 

 

Nella risoluzione dei conflitti tante volte ci concentriamo su ciò che vediamo esteriormente, sui problemi immediati, ovvero su quelle che vengono chiamate posizioni, senza preoccuparci delle cause profonde che sono alla base del conflitto stesso: le possiamo chiamare principi o interessi.

Principi e interessi sono le cause del conflitto. Le posizioni sono i modi in cui il conflitto si esprime. E spesso le posizioni sono così opposte che se guardo solo quelle, un accordo, e dunque una pace, non sembra possibile…

…a meno che non vada invece ad affrontare i principi e gli interessi che sono dietro. Qui spesso la soluzione si può trovare, a patto di essere disposti a esplorarne anche di non convenzionali, perfino “creative” se necessario. Allora anche le posizioni, che credevamo impossibili, risulteranno più facili da conciliare.

Complicato? Confuso? Facciamo un esempio pratico per chiarire:

Io e mia moglie vogliamo uscire a cena. Io propongo il locale “A”, lei il locale “B”. Siamo fermi nelle nostre scelte e nessuno dei due vuole andare nel locale proposto dall’altro. In questi termini, non c’è soluzione possibile che ci renda felici entrambi. Ci sarà solo una forte discussione: o cedo io (e sarò scontento tutta la sera), o cede lei (e sarà scontenta tutta la sera), oppure rinunciamo a uscire per non litigare troppo (e saremo scontenti entrambi tutta la sera, probabilmente litigando comunque e rischiando di farlo ancora la prossima volta).

Ma se io le dico che voglio andare al locale “A” perché fanno una buona pizza, e lei mi dice che preferisce il locale “B” perché hanno l’aria condizionata, allora tutto si fa più semplice. La soluzione non sarà né “A” né “B”, ma sarà magari il locale “C” dove fanno una buona pizza e c’è l’aria condizionata. Saremo tutti e due soddisfatti e anche se questa non era la nostra prima scelta, alla fine la serata sarà piacevole.

Non dico sia sempre possibile una cosa del genere, ma credo renda un po’ l’idea.

Andiamo un po’ più nel concreto: ad esempio il muro di divisione. Se lo tengo, soddisfo gli israeliani ma non le necessità palestinesi. Se lo tolgo, soddisfo i palestinesi ma non le necessità israeliane. O l’uno o l’altro. Qualunque scelta operi tra queste, qualcuno non si sentirà tutelato, e invece di creare pace otterrò solo risentimento verso l’altro. Se penso alla cosa solo in questi termini, isolando questo problema – questa posizione - dal resto, una soluzione bilanciata ora non esiste.

E’ invece possibile trovarne una che tuteli entrambi? Beh, forse sì, se si cambia prospettiva: vedremo più avanti. Nel frattempo, a questo punto forse vi direte: “Belle parole, però mi pare solo tanta teoria senza utilità pratica!”

Vi faccio allora un esempio dove questo è stato fatto realmente e proprio in Medio Oriente. Proprio in una questione tra Arabi e Israeliani: il Sinai.

 

 

Dopo la conquista della penisola del Sinai da parte di Israele nel 1967, e la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele e Egitto si trovano in situazione di stallo. Nessuno dei due vuole un nuovo conflitto perché entrambi hanno subito molte perdite. Eppure la contesa rimane la stessa: l’Egitto vuole il Sinai indietro, Israele vuole tenerlo. Nessuno è disposto a fare a metà.

Parliamoci chiaro: sotto quest’ottica un accordo non è possibile. O ce l’ha uno, o ce l’ha altro. Le posizioni sono inconciliabili. Il risultato? La prospettiva di altro conflitto.

Le cose sono cambiate quando le due parti, parlandosi, hanno iniziato a esplorare vie alternative, e hanno espresso il perché ciascuno voleva il Sinai. Per l’Egitto riprenderne possesso era una necessità politica interna: il governo di Sadat doveva portare alla propria opinione pubblica una qualche vittoria per mantenere il potere e per calmare i più guerrafondai. Il rischio, senza accordo, era un colpo di stato o sommosse; oppure, per evitarle, soddisfare la rabbia dell’opinione pubblica scatenando un’altra guerra disastrosa.

Per Israele invece il Sinai non era importante in sé. Lo era perché costituiva una barriera, un cuscinetto con l’Egitto: se fosse scoppiata un’altra guerra, l’artiglieria egiziana sarebbe stata troppo lontana per colpire le città israeliane, i carri armati nemici avrebbero dovuto percorrere molta strada prima di invadere il cuore del paese e le forze armate israeliane avrebbero perciò avuto il tempo di reagire. E’ quella che in ambiente militare viene chiamata profondità strategica e aveva mostrato la propria utilità proprio nel 1973. Se il Sinai fosse tornato egiziano, il rischio era che l’esercito arabo potesse tornare a essere una minaccia immediata, ben più pericolosa.

Conoscendo questo è stata possibile una soluzione che garantiva entrambi. Il Sinai tornava all’Egitto, così da soddisfare le sue esigenze. Ma l’Egitto si impegnava a mantenere la regione demilitarizzata, così che le proprie forze armate rimanessero ben lontane da Israele: questo garantiva le esigenze di quest’ultimo. Il risultato furono gli accordi di pace di Camp David del 1982 e una soluzione che, pur tra alti e bassi, dura anche oggi.

Per Israeliani e Palestinesi la questione è ovviamente più complicata, ma tutto parte comunque dal capire gli interessi e i principi di entrambi. Per farlo iniziamo con il renderci conto che un conflitto come quello israelo-palestinese ha bisogno di tre elementi per esistere:

  1. Un motivo: quale è il motivo di base della disputa? Che cosa vogliamo entrambi? Qual è quell'elemento (di qualunque tipo) che ci ha fatto litigare?
  2. Se io e il mio avversario ci stiamo contendendo qualcosa, il ragionamento ci porterà presto a capire che la soluzione migliore è un accordo pacifico: anche se non ideale, gioverà a entrambi evitando molte sofferenze reciproche. Razionalmente tutti se ne rendono conto. Eppure questo non è successo: significa che c'è stato qualcosa, più forte della ragione, che ha allontanato dalla capacità di accettare un accordo. Cosa è più forte della ragione? Ovviamente... i sentimenti. Il secondo elemento dunque è un sentimento, che ha portato entrambi verso la via del conflitto fin dai primi momenti.
  3. Ogni conflitto però, alla lunga, tende naturalmente a esaurirsi perché entrambe le parti, dopo aver combattuto, si rendono conto di come non si possa continuare così e iniziano a percorrere la via dell'accordo. Qui invece il conflitto continua e quella via non viene percorsa. C'è dunque anche un ostacolo, un macigno che, pur dopo tanti anni, continua a bloccare la via della pace.

Un motivo, un sentimento, un ostacolo. Dobbiamo scoprirli tutti e tre per comprendere questo conflitto.

Lo faremo insieme, passo dopo passo. Il primo, del resto, non è complicato.

Il motivo per il quale combattono è la terra.

 

Lorenzo - Short Bio

Lorenzo, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. Sognando (per scherzo... ma non troppo...) di diventare un giorno Alto Commissario per gli Affari Esteri dell'UE, collaboro con e sono membro di Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo.

Racconti On The Bridge

"On the Bridge", ovvero il blog di alcuni "corrispondenti" speciali del Ponte impegnati in esperienze di studio, ricerca, collaborazione in Terra Santa

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