La Terra

Una vista della Galilea e del Lago di Tiberiade in primavera

 

La terra. Israeliani e Palestinesi lottano per la terra. Lasciamo perdere ogni idea di conflitto religioso tra loro, di scontro inevitabile tra mussulmani, cristiani ed ebrei: la componente religiosa può influenzare alcuni aspetti del conflitto, o fornire alcune sfumature in determinate situazioni, ma fondamentalmente quella israelo-palestinese è una disputa territoriale.

Chi può vivere qui? Chi può costruire la propria casa? Chi coltiva la terra? Chi decide come si organizza la vita delle persone? Chi comanda qui?

Ogni persona vive queste domande adattandole ovviamente alla propria situazione: per un pastore o un agricoltore significa poter avere terra sufficiente per le proprie attività e sostentamento. Per un cittadino significa la possibilità di costruire la casa e avere i servizi (acqua, luce) adeguati. Per un politico significa poter decidere di cosa avviene in quello spazio a favore dei propri elettori.

Ma sarebbe riduttivo vederla solo in questi termini perché uno sguardo alle cartine e ai dati demografici ci dice che negli anni ‘40 e ’50, almeno, spazio per tutti ce ne era. Il problema è che entrambi i popoli hanno sempre (o molto spesso) visto la terra come un bene del quale godere “in esclusiva”, in un “noi vs voi” che ha visto e vede le risorse disponibili come insufficienti per tutti, impossibili da dividere in maniera mutualmente vantaggiosa.

Controllare la terra, decidere di essa, sono concetti che si innestano quindi nel concetto di “patria”, di avere un paese che posso dichiarare mio, dove è la mia gente che decide e che controlla. La mia, non gli altri.

Alla vigilia del conflitto del 1948 (la Guerra d’Indipendenza per Israele, la Nakba per i Palestinesi) il desiderio di avere una terra propria dove è il proprio popolo a comandare è per entrambi un forte imperativo, la realizzazione di un sogno. Per gli ebrei è la speranza dopo l’abisso, la possibilità di avere uno stato dove essere “ebrei tra gli ebrei” (secondo le parole di David Grossman), ovvero non avere più governi e popolazioni non ebree che possano decidere, un giorno, che l’ebreo, minoranza nel paese, è un nemico e va sterminato. In un paese tutto ebraico, tale situazione è impossibile e la terra di Sion è quella ideale perché nessuna altra ha lo stesso significato. Dopo quasi 2000 anni di esilio, significa recuperare la dignità perduta e calpestata dalla diaspora e dalle discriminazioni subite nei secoli; significa avere finalmente una patria dove essere ebreo non è una condanna, ma la normalità.

Dall’altra parte, anche per i Palestinesi nel 1948 avere uno stato proprio diventa un passaggio importantissimo. Anche loro sognano, dopo il Mandato Britannico, di avere finalmente un proprio stato, dove sono i locali a governare e decidere, a organizzarsi autonomamente. E’ anche per loro una “prima volta”, perché uno stato palestinese, ovvero uno stato sovrano e indipendente governato da palestinesi, nella storia non è mai esistito, e l’arrivo massiccio di ebrei dalla fine del XIX secolo ha fatto venire molti dubbi circa il futuro. La regione che nel 1948 prima della guerra si chiama Palestina è sempre stato, nel migliore dei casi, una provincia (spesso con confini differenti) di imperi più grandi, governati da lontano e, quasi sempre, da dinastie non locali. Nel peggiore, è stato un territorio diviso tra città stato e staterelli senza alcun sentimento unitario. Lo stesso sentimento nazionale palestinese evolve solo col tempo, definendosi solo nel XIX e XX secolo: ma esiste e, nel 1948, vuole la sua realizzazione.

La storia ci ha detto poi come è andata ma a più di sessanta anni da quel 1948 la terra rimane l’oggetto del contendere. E ciascuno continua a proporre la propria visione del perché ha più diritti dell’altro a possederla.

Lascerei da parte i riferimenti storici. Lo stato di Israele dei tempi biblici non ha mai occupato tutti i territori che controlla attualmente (alcune parti della costa, ora tra le più popolate in Israele, non furono mai parte dei regni ebraici), né il termine “Palestina” identifica un popolo attualmente esistente. Deriva dal nome dei “Peleset”, uno dei popoli del mare che a scuola impariamo aver invaso un po’ tutta la regione,  distrutto gli Ittiti, stati sconfitti dagli egiziani ed infine stanziatisi in giro per il Mediterraneo (uno dei popoli del mare, gli Sherden, si ritiene si siano poi stanziati in Sardegna). I Peleset in particolare si stanziarono sulla costa oggi israeliana, evolvendo (anche come nome) in quel popolo biblico che conosciamo come “Filistei” e che non esiste più, assorbito e disperso da altri popoli attraverso le vicende della storia. Il nome Palestina del resto fu dato alla zona dai Romani e poi ripreso dai Britannici.

Allo stesso modo entrambi puntano su un diritto basato sulla consuetudine:

“viviamo qui da secoli e ci siamo legati” (Palestinesi) o “abbiamo vissuto qui per secoli e ci siamo legati” (Israeliani)

ma nessuno dei due riconosce la pretesa dell’altro.

Entrambi infatti usano alcune risoluzioni ONU come prova, per dare maggiore peso alla propria pretesa, ma rifiutano quelle che invece dicono il contrario, in un inutile gioco di “quale è più rilevante, quale è arrivata prima”.

Inutile scervellarsi su chi abbia più ragione dell’altro su queste basi: lo facciamo da decenni, ma finché entrambi non sono d’accordo, poco conta l’opinione degli esterni. E poco serve cercare una soluzione “razionale” su come dividere la terra, magari spulciando libri di diritto internazionale, storia e geografia. Più forte della razionalità, che avrebbe permesso di trovare una soluzione già da tempo, è un sentimento che pervade tutti i contendenti su questa terra martoriata, e che ha ragione, per ora, di ogni sforzo.

Qual è questo sentimento? Non aspettatevi che ve lo dica subito, sarebbe troppo facile. Io fornirò quattro indizi... assieme cercheremo di capire quale sentimento li lega.

Il primo indizio andiamo a cercarlo a Gerusalemme, in un posto buio dove scintillano migliaia di piccole luci.

 

Lorenzo - Short Bio

Lorenzo, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. Sognando (per scherzo... ma non troppo...) di diventare un giorno Alto Commissario per gli Affari Esteri dell'UE, collaboro con e sono membro di Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo.

Racconti On The Bridge

"On the Bridge", ovvero il blog di alcuni "corrispondenti" speciali del Ponte impegnati in esperienze di studio, ricerca, collaborazione in Terra Santa

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