Il primo indizio

 

Il primo indizio è questo luogo. Lo riconoscete?

Se siete stati a Gerusalemme almeno una volta,  è molto probabile che lo abbiate visitato. E’ una stanza buia, dove la luce di cinque candele viene ripetuta all’infinito da un gioco di specchi su tutte le pareti e una voce registrata legge un lunghissimo elenco di nomi. Vi ricorda qualcosa?

E’ la stanza dei bambini, all’interno del memoriale dell’Olocausto, lo Yad Vashem.

Il primo indizio è questo: nella popolazione israeliana, il ricordo della tragedia dell’Olocausto è ancora estremamente vivo e presente e così il timore che esso possa capitare di nuovo.

Proprio così: a noi può sembrare strano, ma molti israeliani guardano il mondo intorno a loro e temono per il futuro e per ciò che potrebbe accadere a loro e alla propria gente. Temono che possa ricapitare qualcosa di simile all’Olocausto.

La nostra reazione di fronte a questo nel migliore dei casi è incredula e rassicurante (“tranquilli, non succederà mai più, nessuno lo permetterà, il mondo è cambiato”), nel peggiore  è estremamente diffidente (“macché, usano questa scusa per giustificare le loro pretese”).

Eppure noi non siamo mai passati attraverso nulla di simili ed è difficile comprendere fino a quanto un’esperienza del genere possa imprimersi e imprimere i propri effetti nella psiche delle persone. E’ come avere un amico con, per esempio, la fobia dei ragni. Appena ne vede uno, non importa quanto piccolino, si blocca e reagisce in maniera estrema “fallo sparire, portalo via, uccidilo!”

A poco servono le nostre rassicurazioni: “ma non fa niente, è piccolissimo, ha più paura lui di te…”

A noi tale reazione può sembrare inconsulta, ma per quella persona la fobia è una reazione naturale e il timore reale. Così è per buona parte della popolazione ebraica in Israele oggi.

Ecco, in realtà in Israele quasi nessuno crede davvero che possa ritornare un Olocausto come quello durante la Seconda Guerra Mondiale, ma esiste un profondo timore circa un odio generalizzato contro gli Ebrei, catalizzato dall’ostilità del mondo arabo. Si teme che, tramite guerra, attacchi terroristici, missili, armi chimiche o nucleari o qualsiasi altra cosa, gli ebrei vengano ancora coinvolti in una lotta per la vita, a livello di popolo. E per quanto le nostre rassicurazioni ci siano, esse non… “rassicurano” per nulla. Perché?

Perché il popole ebraico vede che ancora oggi esistono movimenti e partiti che richiamano direttamente all’antisemitismo; perché esistono esponenti politici di paesi avversari che chiedono la distruzione di Israele e negano l’Olocausto; perché ancora intorno al mondo accadono, per fortuna in numero ridotto, attentati rivolti espressamente contro ebrei. Perché già una volta, quella fatidica, gli Ebrei avevano creduto che i popoli europei non avrebbe girato loro le spalle, e già quella volta poi le cose andarono diversamente. E quando oggi, di fronte alle minacce da loro percepite da parte di Iran o altri avversari l’Europa si tira indietro di fronte alla prospettiva di combattere, ecco che tali timori di “nuovo abbandono” ritornano.

Certo noi sappiamo che il mondo è cambiato, che siamo tutti impegnati nella lotta agli estremismi e alle intolleranze e che la nostra ritrosia a intervenire militarmente in alcune aree dipende da serie valutazioni internazionali sui rischi di guerra e non da altro, ma per loro significa solo “dobbiamo essere capaci di difenderci da soli”.

A noi questo può sembrare strano, impossibile, forse perfino falso, ma per loro è reale.

Questo è il primo indizio. Non siate precipitosi nel trarre conclusioni già ora, sarebbe prematuro e potrebbe essere fuorviante. C’è ancora tanto da scoprire!

Per il prossimo indizio, ci trasferiamo invece in Cisgiordania, nei territori palestinesi. Venite con me?